3 marzo 2002

 Un alfabeto diverso

  La maggior parte di coloro che si mettono in cammino alla ricerca di Dio si fermano a metà strada a motivo del silenzio di Lui. Tentano di gridare e Lui non risponde.

Cosa non siamo capaci di fare per tentare di rompere questo silenzio! I nostri occhi si puntano sull'invisibile nella speranza di vedere finalmente qualcosa.

I miei occhi si tendono fino allo spasimo per captare qualcosa che mi parli, che mi testimoni la sua presenza, che sia l'inizio di un dialogo.

E invece non vedo nulla.

Il mio orecchio non sente nulla.

E’ allora che mi ritraggo deluso e che metto in dubbio la mia fede.

Non sono giunto ancora a capire che è bene così e che questo non vedere con gli occhi e non sentire con le orecchie è il segno che sono ancora padrone dei miei nervi e lontano dal viscido terreno della superstizione o dell'illusione.

Ora che sono esperto di questo terreno e, più ancora, di questo silenzio di Dio, quando qualcuno viene a dirmi di aver ... visto una luce, ... sentito una voce, ... avvertito un fluido, non esito a dirgli con parole adatte: “Fratello, sorella, fatti visitare da un neurologo perché può darsi che tu stia toccando i limiti della patologia”.

No fratello, no sorella, come il visibile non è l'invisibile, come la natura non è la grazia, così il nostro alfabeto non è l'alfabeto di Dio, la nostra lingua la sua lingua, le nostre orecchie le sue orecchie. Quando Dio parla non vibrano le corde vocali e il luogo dove tu avverti le voci non è certo il tuo orecchio.

Se Lui vuol qualcosa - e me lo dice continuamente, perché Dio è Parola - me lo dice nel punto più recondito e misterioso della mia realtà, quello che qualche volta chiamiamo cuore, qualche altra volta coscienza.

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