foto del Borgo in tempi recenti (clicca per ingrandire)

IL PIAVE

BOLLETTINO PARROCCHIALE DI SAN NICOLO'

 (25 dicembre 1990)

IL CORO

I TRE PARROCI

Da parte di alcuni parrocchiani è partita l'iniziativa di avviare un gruppo corale con lo scopo di animare le celebrazioni eucaristiche, in occasione delle principali solennità dell'anno. Per il momento il numero dì voci è ancora abbastanza esiguo. Si lancia perciò un invito a tutti coloro che vogliono partecipare, giovani e meno giovani. il coro non è una novità a Borgo Piave. Tranquillizziamo tutti. Non è necessario avere grandi doti canore, l'importante è la disponibilità a rendere un servizio all'intera comunità, tenendo conto che anche il canto è una preghiera. Cantare insieme è una bellissima esperienza umana di far risuonare in armonia le voci, e non solo le voci. Il canto ingentilisce la vita.

Siamo al terzo parroco di Borgo Piave. Un ricordo doveroso va a don Sergio Manfroi, primo parroco ed iniziatore della vita comunitaria, dal 1961 al 1972. E' seguito don Renzo Olivotto, che per 18 anni ha lavorato, profuso le sue doti umane e sacerdotali. Arriva don Claudio Sacco, il terzo. Sono capitato proprio mentre a Roma i vescovi di tutto il mondo parlavano del sacerdote. Voglio proporvi alcune considerazioni utili a capire la figura del terzo parroco di Borgo Piave, e di ogni prete, proposte da un giornalista e apparse sulla stampa di quei giorni. «Il sacerdote, in primo luogo, sia formato alla coscienza di essere nel popolo di Dio sacramento di Cristo sacerdote e fratello tra fratelli». Peso terribile sulle spalle di un uomo. Essere sacramento di Cristo vuol dire vivere in riferimento a Gesù, mostrarsi al mondo come segno della sua presenza nella storia, agire in suo nome. Si capisce come davanti al prete si crei sempre una reazione: di avvicinamento, o di allontanamento. Difficile l'indifferenza. E' un uomo provocatore anche se è pacifissimo, è una persona che crea movimento o di accoglienza o di difesa. Essere fratello tra i fratelli vuol dire condividere la sorte, la gioia, il dolore di ogni persona, credente o non credente. Recare su di sé quella particolare impronta del sacro che deriva dall'ordinazione sacerdotale e allo stesso tempo restare uomo come tutti gli altri, esposti alle tentazioni, contraddittorie della solitudine, dell'insoddisfazione di sé, dell'orgoglio, del dubbio, del potere, degli affetti umani. E con tutto questo dover aiutare gli altri, doverli educare, sostenere, confessare, essere al loro fianco nelle lotte per i diritti umani, accompagnarli per mano verso la morte. Il laico chiede normalmente al prete cose che non paiono normalmente umane. Il prete deve essere caritatevole, in un tempo di illimitato egoismo; deve essere fedele, in un mondo in cui la fedeltà coniugale o nei rapporti tra le persone è considerato un optional, un di più; deve essere obbediente all'autorità in un contesto sociale in cui l'obbedienza non è più un valore; deve attuare l'annullamento di sé e dei propri sentimenti in una civiltà che educa gli individui ad un massimo della realizzazione di sé; deve rinunciare a formare una famiglia in onore di una castità «per il Regno di Dio», cioè in vista di un assoluto in un'epoca in cui tutto sembra relativo. Tutte queste Cose gli sono chieste con naturalezza, come dovute in virtù di un contratto sociale in cui l'unico obbligo per il è andare a trovare il prete una volta alla settimana, per la messa domenicale. Ma non basta. Il prete oggi è chiamato a testimoniare e diffondere un messaggio il cui contenuto etico è in radicale contrasto con lo spirito del mondo. Da noi questo contrasto si consuma spesso non nella lotta, ma nell'indifferenza. Il sacerdote oggi non è sfidato a controversie teologiche, non deve combattere eresie non deve contenere scismi: al più deve contenere la polemica delle sette. Il mondo gli oppone il muro di gomma del silenzio,in cui l'ateismo pratico assorbe la parola di Dio, come assorbe qualunque parola umana. Ma quel medesimo mondo così distratto è poi costretto ad accorgersi del prete in quanto ineguagliabile figura sociale: in prima fila sul fronte della droga, dell'aiuto agli handicappati, del soccorso ai terzomondiali, del recupero della gioventù sbandata, addirittura dell'educazione ad un modo più morale di far politica. Così spesso ignorato come «sacramento di Cristo sacerdote», ma tanto elogiato come «fratello tra i fratelli», il prete vive queste contrapposizioni con la coscienza di essere insieme, testimone indispensabile, chiamato da Dio, e servo inutile. “Che cosa importa? Tutto è grazia”.

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